martedì 23 ottobre 2012

ANTEPRIMA !!! Seize The Night Cap 2 - 3



Seize The Night 
Di 
SHERRILYN KENYON


© 2005 - Seize the Night traduzione amatoriale senza scopo di lucro









Capitolo 2

Valerius si svegliò lentamente, sentendo qualcuno che canticchiava intorno a sè. Canticchiare? Aprì gli occhi sbattendo le palpebre, aspettandosi di trovarsi nel proprio letto, in casa sua.Invece, si trovava un letto antico molto grande, con un baldacchino di legno intagliato e ricoperto di velluto di borgogna.
La voce che sentiva proveniva da una sedia a dondolo alla sua sinistra. Voltò la testa e restò
pietrificato per quello che vide.Era...
Bene, a prima vista sembrava una donna molto grossa. Aveva dei lunghi capelli biondi e indossava un maglione a pelo lungo color rosa con maniche corte e dei pantaloni cachi. Ma la “donna” aveva anche delle spalle larghe quanto quelle di Valerius e un naso molto pronunciato. Era seduta sulla sedia sfogliando le pagine dell’edizione autunnale di Vogue con delle unghie di un rosso sangue brillante che potevano passare per artigli. Alzò lo sguardo e smise immediatamente di canticchiare.- Oh! Sei sveglio! – disse emozionata, alzandosi immediatamente e volteggiando intorno al letto.
Prese goffamente quello che sembrava essere un walkie-talkie che era sul tavolino da notte e premette un bottone assicurandosi di non spezzarsi un’unghia -. Tabby, il signor... Sexy è sveglio. - D’accordo, Marla, grazie.
Valerius aveva un debole ricordo di quella voce, ma non era molto chiaro mentre cercava di ricordare quello che gli era successo.
- Dove sono? – chiese.
“All’inferno” sembrava la risposta più adeguata. Ma, il dolore nel suo corpo e la stanza in
penombra che era uno strano miscuglio tra l’antico e il moderno, gli dicevano che nemmeno l’inferno sarebbe stato tanto cattivo o volgare.
- Non ti muovere, dolcezza – gli disse la donna sconosciuta mentre continuava a gesticolare e a girare intorno al letto -. Tabby sarà qui a momenti. Lei ha detto che non dovevo lasciarti andare da
nessuna parte. Perciò non farlo.
Prima che potesse chiedere chi fosse Tabby, un’altra donna irruppe nella stanza.
Anche lei era alta. Ma, a differenza della prima, era snella, quasi magra a parte che il suo corpo era ben definito, come se alzasse pesi. I suoi lunghi capelli castani erano legati in una coda di cavallo ed aveva una lunga cicatrice sullo zigomo sinistro.
Valerius si gelò quando si rese conto di avere davanti la guerriera che aveva visto la notte
precedente. I ricordi lo inondarono. Compreso quello in cui lei lo pugnalava al petto, grazie al fatto che lei aveva tra le mani un enorme coltello da macellaio.
porta. - Tu! – l’accusò, spostandosi verso il bordo più lontano del letto. La donna si irrigidì visibilmente prima di voltarsi verso l’altra donna e spingerla verso la
- Grazie, Marla, ti ringrazio per essere stata qui. - Oh, quando vuoi, cara. Chiamami se hai bisogno di qualcosa. - Lo farò. – Spinse la donna più grande verso la porta e poi la richiuse con un colpo solo -. Ciao – disse a Valerius. Lui fissò il coltello nella sua mano e poi guardò verso il basso, verso la ferita sul suo petto
ormai rimarginata. - Cosa? Sei ritornata per finirla con me? Lei si accigliò. - Co...? – Poi il suo sguardo si posò sul coltello che teneva in mano -. Oh, questo. No,
quello di ieri sera è stato un incidente.
Tabitha lasciò il coltello sulla toilette e si girò ad affrontarlo. Doveva ammettere che Valerius era troppo affascinante lì nel suo letto. I suoi lunghi capelli neri erano sciolti e gli coprivano parte del viso. I suoi lineamenti erano perfettamente scolpiti come un’opera d’arte. E il suo corpo...
Davvero, nessun uomo avrebbe dovuto essere così delizioso.
Per quel motivo lei aveva passato la notte nel suo ufficio a pianterreno, e per quel motivo aveva mandato Marla a controllarlo quella mattina.
Addormentato era stata una tentazione più grande di quello che pensava. Era rilassato e gentile. Seducente. Sveglio sembrava pericoloso. E, nonostante ciò, seducente lo stesso. Doveva dar credito alla dea: Artemide aveva un gusto squisito in fatto di uomini. E per
quanto ne sapeva Tabitha, e d’accordo con le parole di Amanda, non esistevano Dark-Hunter brutti.In realtà non poteva incolpare la dea per quel motivo. Se una doveva scegliere gli uomini per
il suo esercito personale, quale donna non avrebbe scelto i più alti e i più affascinanti tra loro? E quello spiegava anche perché Acheron era il loro leader. Sì, era bello essere una dea. Tabitha non riusciva ad immaginare come sarebbe stato bello
poter dominare tutto quel delizioso testosterone. E Valerius era un Dark-Hunter di prima qualità, seduto con un braccio divinamente scolpito
appoggiato contro il cuscino mentre il resto di lui era completamente esposto al suo sguardo.
Sembrava una bestia selvaggia in agguato pronta per attaccare.
Ma era confuso. Sentiva le sue emozioni arrivare fino a lei. Era arrabbiato ma Tabitha non era sicura del motivo.
- Sei in salvo qui – gli disse avvicinandosi al letto -. So quello che sei e mi sono assicurata che tutte

le finestre siano ben chiuse.
- Chi sei? – le domandò in tono sospettoso. - Tabitha Deveraux – rispose. - Sei una Scudiera? - No.
- Allora come sai...? - Sono amica di Acheron. La furia di Valerius esplose a quella risposta. – Stai mentendo. Improvvisamente si alzò, e poi gemette rendendosi conto di essere completamente nudo.
Tabitha si morse il labbro per evitare di gemere vedendo tutta quella deliziosa pelle nuda.
Doveva dar credito ai Dark-Hunters, erano tutti incredibilmente ben formati. Valerius alzò il
lenzuolo e si coprì. - Dove sono i miei vestiti? – domandò nel tono più sdegnoso che lei avesse mai sentito. Non era strano che Nick e gli altri pensassero male di lui. L’arroganza e una suprema
superiorità stillavano da ogni molecola di quel corpo maschile. Era evidente che Valerius era un uomo abituato a dare ordini, la qual cosa aveva un senso poiché lei sapeva che una volta era stato
un Generale romano. Sfortunatamente, Tabitha non era abituata a eseguire gli ordini di nessuno, specialmente di un
uomo.
- Non ti arrabbiare – disse ridendo come per una cattiva barzelletta -. I tuoi vestiti sono in
lavanderia. Li porteranno non appena saranno pronti.
- E nel frattempo? - Sembra che debba stare nudo. La mandibola di Valerius si irrigidì, come se non potesse credere a quello che stava
ascoltando.


- Perdono?
- Ti perdono tutto quello che vuoi, ma continuerai ad essere nudo. – Tabitha si bloccò davanti alla maliziosa immagine nella sua mente -. Ora che ci penso, un uomo bello, nudo, che prega..., questa è una fantasia. Pregare non farà arrivare i tuoi vestiti, ma potrei portarti un’altra cosa – gli disse alzando le sopracciglia.
Il pugno di Valerius si strinse contro il lenzuolo che gli copriva il corpo. Lei poteva sentire che era offeso e, nonostante tutto, anche stranamente divertito.
Lei scosse la testa. - Sei un romano. Potresti farti una toga con il lenzuolo. Lui sentì uno strano bisogno di farfugliare. Se fosse un plebeo, probabilmente lo avrebbe
fatto. Questa doveva essere la donna più strana che esisteva. - Come sai che sono romano? - Te l’ho detto, conosco Ash e quelli come te, frequentatori della notte – lo guardò maliziosamente -. Andiamo, fatti una toga per me. Cercai di farmene una all’università ma finii lunga distesa nel mezzo della festa. Grazie a Dio che la mia compagna di stanza erasufficientemente sobria per alzarla e avvolgermela intorno prima che i ragazzi mi si buttassero
addosso.
Dietro di sè si sentì suonare un orologio a cucù. Valerius si voltò per guardare l’ora e ci accigliò rendendosi conto che “l’uccello” aveva un mohawk rosso.
Aveva anche una toppa all’occhio .
- Non fa morire dal ridere? – domandò Tabitha -. Lo comprai in Svizzera, quando trascorsi lì un
anno per studio.
- Affascinante – disse freddamente -. Ora, se mi lasci, andrò...
- Ehi, aspetta un secondo amico. Non sono la tua domestica e non userai quel tono con me. Capisci?- Saeva scaeva – mormorò a bassa voce Valerius. - Saeve puer – lo rintuzzò lei. Valerius rimase letteralmente a bocca aperta. - Mi hai appena insultato in latino?
- Lo hai fatto prima tu. E non è che mi senta particolarmente insultata se mi chiamano “diavolessa
sfrenata”. È un pò lusinghiero ma comunque non sono il tipo di persona che accetta un insulto in silenzio.
Valerius era impressionato. Era passato molto tempo da quando aveva conosciuto una donna che parlasse la sua lingua nativa. Ovviamente, non gli piaceva che lo chiamassero “sciocco bambino”,ma bisognava dar credito ad una donna che possedeva una simile intelligenza.
Ed era passata un’eternità da quando era stato con qualcuno che non lo disprezzasse apertamente.
Lei non era mordace nelle sue repliche. Piuttosto discuteva con lui come una persona che non aveva paura di rispondere a tono.Che strano... Piacevolmente terrificante. All’improvviso, la canzone Unknown Dimension risuonò
per la casa. - Cos’è questo? – domandò preoccupato. Forse in realtà si era addentrato nel regno di Rod Serling. - Il campanello. Probabilmente stanno portando i tuoi vestiti. - Tabby! – gridò Marla da qualche parte fuori della stanza -. È Ben con le tue cose. Valerius si irrigidì tutto per quel volgare comportamento. - Lui grida sempre in quel modo in pubblico? - Ehi, andiamo – disse severamente    Tabitha -. Marla è una delle mie amiche più care al
mondo e se la insulti o continui a dire “lui”, ti inchioderò un bastone in un posto che ti farà male più  che nel tuo petto – disse, lasciando cadere significativamente lo sguardo in basso, verso il suo inguine.Valerius spalancò gli occhi a quella minaccia. Che tipo di donna era una che diceva una cosa simile
ad un uomo?
Ma prima che potesse parlare, lei uscì dalla camera da letto.
Era stupito. Non era sicuro di cosa fare. Che cosa pensare. Andò verso la toilette, dove lei aveva
lasciato il coltello. Accanto vi erano il suo portafoglio, le sue chiavi e il suo cellulare.
Prese il telefono e chiamò Acheron che rispose immediatamente. - Ho bisogno di aiuto – gli disse
Valerius, per la prima volta in duemila anni. Acheron grugnì dolcemente. - Aiuto con che cosa? –
domandò. La sua voce gravemente accentuata risuonò indolente, come se Valerius lo avesse
svegliato
da un sonno profondo. - Sono nella casa di una matta che dice di conoscerti. Devi tirarmi fuori di
qui subito,
Acheron. Non mi importa di quello di cui ci sarà bisogno. - È mezzogiorno, Valerius. Noi due
dovremmo star dormendo. – Acheron si bloccò -. E,
comunque, dove sei? Valerius si guardò intorno. C’erano collane del Mardi Gras appese
dappertutto, sul triplo
specchio dell’antica toilette. Invece di un tappeto persiano, c’era... una gigantesca mappa di alcuni
percorsi per auto giocattolo. C’erano delle parti della stanza che mostravano un gusto e una classe
impeccabili, ed altre parti che erano semplicemente spaventose.
Esitò di fronte a quello che sembrava un altare vudù.
- Non lo so – rispose Valerius -. Sento un’orribile musica provenire dall’esterno, clacson rombanti e
sono in una casa dove c’è un orologio a cucù il cui uccello ha un mohawk, un travestito e una
lunatica brava con i coltelli.
- Per caso sei a casa di Tabitha? – domandò Acheron. Valerius si sentì mortificato a quella domanda.
Davvero Acheron la conosceva? D’accordo, Acheron era un pochino eccentrico, ma fino a questo momento, Valerius aveva
pensato che l’Atlante avesse più buon gusto per associarsi con degli umani di così poca classe. -Scusa?
- Rilassati – disse Acheron sbadigliando -. Sei in buone mani. Tabby non ti ferirà. - Mi ha
pugnalato! - Diavolo – disse Ash -. Le aveva detto di non pugnalare più i Cacciatori. Odio quandol o fa. - Tu la odi? Sono io quello che ha una ferita che sta marcendo. - Davvero? – domandò
Acheron -. Non ho mia conosciuto un Dark-Hunter che avesse una
ferita purulenta. Almeno non esternamente. Valerius strinse i denti davanti all’umore indifferente
dell’Atlante. - Non ti trovo divertente, Acheron. - Sì, lo so. Ma guarda il lato buono: sei il terzo
Dark-Hunter che lei ha colpito finora In
certe occasioni si entusiasma un pò troppo. - Si entusiasma un pò troppo? Quella donna è una
minaccia. - Nah, è una brava ragazza. A meno che uno non sia un demone; allora potrebbe
competere
con Santippe8. Valerius ne dubitava. Perfino l’infame e brontolona greca doveva essere più
tranquilla di
Tabitha. La porta si aprì e vide Tabitha entrare in camera con i suoi abiti avvolti in una borsa di
plastica. - Con chi stai parlando? – gli domandò. - Salutamela – disse un secondo dopo Acheron.
8 Moglie di Socrate, della quale tutti dicevano che era un’arpia. 18
Questa volta Valerius farfugliò. Non riusciva a credere a quello che stava succedendo. Che questi
due si conoscevano tanto bene.
Guardò fisso Tabitha mentre lei appendeva i suoi abiti sul pomo della porta dell’armadio. - Acheron
ti manda i suoi saluti. Lei gli si avvicinò mettendosi di fronte a lui poi si chinò in avanti e alzò la
voce affinchè
Acheron potesse sentirla. - Ciao, bel bambino. Non dovresti stare a dormire? - Sì, è così – disse
Acheron a Valerius. - Non chiamare “bambino” Acheron – disse cupamente Valerius a Tabitha. Lei
sbuffò. Come un cavallo. - Tu non puoi chiamare Acheron “bambino” perché... beh, semplicemente
perché non puoi.
Ma io lo chiamo “bambino” da sempre. Valerius era impressionato.
Lei era...?
- No, non è la mia ragazza – disse Acheron dall’altro lato del telefono, come se potesse sentire i
pensieri di Valerius -. Lascio questo piacere ad un altro povero sciocco.
- Devi aiutarmi, Acheron – disse Valerius, afferrando con più forza il lenzuolo mentre si allontanava
da Tabitha che continuava a seguirlo per tutta la stanza.
- D’accordo, ascolta. Eccoti un pò di aiuto. Ricordi il tuo bel cappotto di cachemire?
Valerius non riusciva ad immaginare come quello potesse aiutarlo, ma a questo punto, era disposto a
tentare qualsiasi cosa.
- Sì?
- Tienilo ben stretto. Marla è più o meno della tuia taglia e sicuramente cercherà di rubartelo non
appena lo vedrà. Ha una strana mania con le giacche e i soprabiti, specialmente se sono stati
indossati da uomini. L’ultima volta che sono stato in città, ha finito per prendersi la mia giacca da
moto preferita.
Valerius spalancò la bocca. - E com’è che te la fai con i travestiti, Acheron?
- Ho molti amici interessanti, Valerius, e alcuni di loro sono perfino dei completi imbecilli. Lui si
irrigidì. - Questo era diretto a me? - No. Penso solo che sei troppo rigido per il tuo bene. Ora, sei hai
finito di sfinirmi, mi
piacerebbe tornare a dormire. E chiuse la comunicazione.
Valerius rimase impalato lì, tenendo il telefono tra le mani. Si sentiva come se qualcuno gli avesse
tagliato la linea con il salvatore della sua vita, lasciandolo alla deriva in acque infettate dagli
squali.
E il proprio shark9 era lì, in attesa di divorarlo. Che Giove lo aiutasse. Tabitha alzò il cuscino dal
pavimento e lo rimise sul letto. Si immobilizzò vedendo la
schiena di Valerius. Diavolo, aveva il posteriore più carino che avesse mai visto in un uomo.
Qualcuno avrebbe dovuto mettergli un’etichetta di Qualità Superiore. Riusciva appena ad evitare di
avvicinarsi e stringerlo, ma la sua postura rigida e fredda la tenne in riga.
Quello, e la miriade di cicatrici che gli sfiguravano la schiena. Sembrava che qualcuno lo avesse
picchiato ripetutamente.
Ma, chi aveva osato fargli una cosa simile? - Stai bene? – gli domandò mentre lui andava verso la
toilette e posava il cellulare. Lui si passò la mano tra i capelli lunghi e sospirò. - Quante ore
mancano al tramonto?
9 Titolo del film di Steven Spielberg.
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- Poco più di cinque ore – lei sentiva che lui era ancora arrabbiato e confuso -. Vuoi tornare a letto e
dormire?
Lui la guardò malignamente e minacciosamente. - Voglio andare a casa. - Sì, bene, ti avrei portato a
casa se Otto avesse risposto al telefono ieri sera, - L’ho sospeso per cattivo comportamento – disse a
bassa voce Valerius. E poi il suo viso impallidì all’improvviso. Tabitha sentì il terrore seguito
immediatamente da un dolore tanto acuto che sussultò. - Cosa succede? – domandò. - Devo andare
immediatamente a casa. - Bene, a meno che tu non abbia una relazione speciale con Apollo che
dovrei sapere, questo
è probabile tanto quanto io possa vincere una lotteria, il che sarebbe anche possibile se Ash
condividesse quei maledetti numeri con me. Perversa canaglia. Non condivide niente. – Sentì che
un’ondata di desolata disperazione stava consumando Valerius. Istintivamente, gli andò accanto e lo
toccò dolcemente sul braccio -. Andrà tutto bene, davvero. Ti riporterò a casa tua non appena sarà
tramontato il sole.
Valerius guardò la mano appoggiata sul suo bicipite. Nessuna donna gli aveva messo una mano
addosso da secoli. Non era una sensazione sessuale. Era tranquillizzante. La mano di qualcuno che
gli offriva della consolazione.
Alzò lo sguardo verso di lei. Aveva degli occhi straordinariamente azzurri.
Erano vivi ed intelligenti. Meglio ancora, erano buoni e la bontà non era qualcosa a cui Valerius era
abituato.
La maggior parte della gente lo guardava ed immediatamente se ne sentiva infastidito. Come
umano, lo aveva attribuito al suo status di regalità e alla fama, ben meritata, della sua famiglia per la
sua brutalità.
Come Dark-Hunter, avrebbe dovuto dimenticare di essere romano, e che Roma e la Grecia avevano
passato secoli a guerreggiare tra loro finchè Roma non aveva messo in ginocchio la Grecia e c’era
da aspettarsi che i greci lo odiassero. Disgraziatamente, i greci e le amazzoni erano un gruppo molto
chiacchierone che dicevano quello che pensavano e avevano rapidamente messo gli altri Dark-
Hunter e Scudieri contro i loro simili di origine romana.
Con il passare dei secoli, Valerius si era autoconvinto che non aveva bisogno di fratelli in armi, e
addirittura era riuscito a divertirsi un pò ricordando loro il suo status di regalità Romana.
Dopo il primo anno dalla sua rinascita, aveva imparato a colpire prima di essere colpito.
Alla fine, aveva adottato la rigida formalità e il senso di decenza che suo padre gli aveva inculcato a
forza di colpi quando era piccolo.
Ma quella formalità svanì davanti alla bontà del tocco tranquillizzante di questa donna.
Tabitha deglutì mentre qualcosa passava tra loro. Il suo sguardo scuro e intenso l’attraversò e, per la
prima volta, non era di disapprovazione e pieno di pregiudizio. Sembrava quasi tenero, e la
tenerezza era qualcosa che lei non si aspettava da un uomo con la reputazione di Valerius.
Lui le toccò con le dita la cicatrice sulla guancia. Lei non vide il disprezzo che la maggior parte
degli uomini avevano sul viso quando la vedevano. Al contrario, lui ne tracciò dolcemente i bordi.
- Cosa ti è successo? – le domandò.
Stava quasi per dire “incidente d’auto”. Aveva detto quella bugia per tanto di quel tempo che ora la
diceva quasi automaticamente. Sinceramente, era molto più facile dire una bugia che la verità.
Lei sapeva quanto spaventoso fosse il suo viso. La sua famiglia non aveva idea di quante volte li
aveva sentiti per caso fare commento sulla sua cicatrice. Quante volte aveva sentito Kyrian dire ad
Amanda che sarebbe stato felice di pagare per un’operazione chirurgica.
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Ma Tabitha aveva il terrore degli ospedali da quando sua zia era morta per un semplice intervento
andato male. Lei non avrebbe mai scelto di fare qualcosa solo perché ormai non era più bella. Se gli
altri non potevano confrontarsi con lei, era un problema loro non suo.
- Un demone – disse tranquillamente -. Disse che voleva darmi un regalo speciale perché io lo
ricordassi per sempre. – La mandibola di Valerius cominciò a tremare a quelle parole, e lei sentì la
furia che lui sentiva per lei -. Gli devo dar credito – continuò lei, con un nodo alla gola -. Aveva
ragione. Penso a lui ogni volta che mi guardo allo specchio.
Valerius lasciò cadere la mano dalla cicatrice sul viso fino al collo, dove uno dei demoni l’aveva
morsa. Se Kyrian non fosse andato a salvarla, probabilmente sarebbe morta quella notte.
- Mi dispiace – sussurrò lui. Quelle erano parole che lei era sicura che non erano mai uscite dalle
labbra di quell’uomo. - D’accordo. Tutti abbiamo delle cicatrici. Solo che fortunatamente le mie
sono visibili. Valerius era stupito per la sua saggezza. Non si sarebbe mai aspettato una tale
profondità di
pensiero in una donna come lei. Lei gli strinse leggermente la mano prima di toglierla da suo collo e
allontanarsi.
- Hai fame? - Sono famelico – le rispose sinceramente. Come la maggior parte dei Dark-Hunters, di
solito faceva tre pasti a notte. Uno non molto
tempo dopo essersi svegliato al tramonto, un altro intorno alle dieci o undici di sera, e il terzo e
ultimo pasto intorno alle tre o quattro del mattino. Dal momento che era stato ferito abbastanza
presto, aveva mangiato una sola volta la notte precedente.
- Bene, ho una dispensa molto ben fornita. Cosa ti piacerebbe? - Qualcosa di italiano. Lei annuì. -
D’accordo. Non appena ti sarai vestito, ci vedremo al piano di sotto. La cucina è la porta a
sinistra. Non aprire quella a destra su cui c’è scritto “Rischio biologico”. Quella conduce al mio
negozio e lì c’è moltissima luce solare. – Cominciò a dirigersi verso la porta ma si fermò -. A
proposito, forse vuoi lasciare il tuo cappotto nel mio armadio finchè Marla non sarà andata via...
- Acheron mi ha già avvertito. - Ah, bene, allora a dopo. Valerius aspettò finchè lei non fu andata via
prima di cambiarsi. Appendendo il suo cappotto
nell’armadio, fu sorpreso di vedere che lei aveva tanti vestiti neri come lui. L’unico colore nel suo
armadio era un vestito di raso rosa brillante che emergeva come un faro in mezzo a tutto quel nero.
Quello, e una minigonna rossa scozzese.
Fu la minigonna quella che richiamò la sua attenzione mentre un’immagine non desiderata di
Tabitha che la indossava lo colpì facendogli chiedere se aveva delle belle gambe.
Aveva sempre apprezzato un paio di morbide e ben proporzionate gambe femminili. Specialmente
quando esse erano avvolto intorno a sè.
Il suo corpo si indurì istantaneamente a quel pensiero. Fece una smorfia sentendosi all’improvviso
come un pervertito fermo lì, di fronte al suo armadio, sognando di lei ad occhi aperti.
Chiuse immediatamente la porta dell’armadio e uscì dalla stanza. Il corridoio era dipinto in un tono
giallo brillante che era un pò troppo vivido per i suoi sensibili occhi di Dark-Hunter. C’era una
stanza sul corridoio che aveva la porta aperta da cui si vedeva che era una camera da letto ordinata e
arredata con buon gusto. Vide un abito di lustrini argentati sul letto antico e una parrucca castana
appoggiata su una testa di gomma.
- Oh, ciao bellezza – disse Marla mentre usciva da quello che doveva essere un bagno. Portava un
turbante sulla testa in apparenza pelata e una vestaglia rosa -. Tabby è di sotto.
- Grazie – le rispose, chinando la testa.
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- Uuuh, che modi. Un cambiamento gradevole per Tabby. La maggior parte degli uomini che porta a
casa sono tutti dei volgari ruffiani. Tranne quell’Ash Parthenopaeus che è straordinariamente
educato. Ma anche lui è strano. Lo hai mai visto?
- Ci conosciamo, sì. Lei tremò visibilmente. - Uuuh, mi piace il modo in cui dici “conosciamo”,
cioccolatino. Hai un bell’accento. Ora
sarà meglio che vada via prima che ti rubi altro tempo. Dio sa che ti stordirò se resti ancora.
Sorridendo davanti ai suoi gesti stravaganti mentre lo scacciava, Valerius se ne andò e
chiuse la porta. C’era qualcosa di affascinante in Marla. Scese per la bella scala di ciliegio che
conduceva ad un piccolo pianerottolo. Si accigliò
davanti alla scritta sulla porta che era proprio dove aveva detto Tabitha. Si volse verso sinistra dove
due porte francesi, che avevano bisogno di un restauro, portavano verso una piccola sala da pranzo.
Dentro c’era un vecchio tavolo di campagna marrone e bianco e sedie con lo schienale alto che, certamente avevano visto tempi migliori.
Le pareti erano dipinte di un bianco brillante su cui erano appesi dei poster con delle cornici
bianche e nere di paesaggi europei come la Torre Eiffel, Stonehenge e il Colosseo. Le persiane nere
erano state chiuse per lui, per bloccare la luce del sole. E una credenza nera era ubicata contro la
parete più lontana. La parte superiore era piena di foto e piatti da collezione, comprese alcune di Elvis e Elvira. E ad ogni estremità, c’erano due grandi candelabri d’argento.
Ma quello che lo sorprese fu una foto al centro della credenza su cui sembrava ci fosse Tabitha in
abito da sposa accanto ad un uomo il cui viso era coperto da una piccola foto ritagliata della testa di
Russel Crowe.
Si sporse per prendere la foto. - Eccoti qui – disse Tabitha alle sue spalle. Valerius si irrigidì
immediatamente. - Sei sposata? – domandò. Lei corrugò la fronte finchè non vide la foto. - Oh, per
Dio, no. Quella è mia sorella Amanda il giorno del suo matrimonio. La bambina
nella foto accanto è sua figlia, Marissa. Valerius studiò la foto del matrimonio. Non c’era nessuna
vera differenza tra le due donne,
tranne la cicatrice. - Hai una sorella gemella?
- Sì. - E perché tua sorella è sposata con Russel Crowe? Tabitha rise. - Ah, quello è uno scherzo per
mio cognato, un ipocrita seguace schlemiel11. Lui la guardò con malizia. - Vedo che non lo ami
molto. - In realtà lo amo moltissimo. È davvero buono con mia sorella e mia nipote, e, a modo suo,
è adorabile. Ma, come te, si prende troppo sul serio. Voi dovreste imparare a rilassarvi e a godere di
più. La vita è troppo breve... beh, forse non per voi, ma per noi comuni mortali, lo è.
Valerius era affascinato da questa donna che avrebbe dovuto provocargli repulsione. Era volgare e
grossolana, ma era anche divertente e incantevole nel modo più inatteso.
Lei appoggiò una piccola lattina rossa sul tavolo dal quale emergeva un cucchiaio di plastica tra
quello che sembrava essere una specie di maccheroni e salsa alla marinara.
Valerius si accigliò. - Cos’è quello? - Ravioli. Lui inarcò un sopracciglio.
- Quelli nono sono ravioli. Lei osservò il cibo. - Bene, d’accordo. Sono Carnarrones12. Mia nipote
chiama ravioli qualunque cosa c’è in
quelle lattine che si scaldano nel microonde. – Spostò una sedia per lui -. Mangia. Valerius era
inorridito da quello che gli stava offrendo. - Scusa?, non ti aspetti davvero che io mangi quella roba, vero? - Beh, sì. Hai detto di volere qualcosa di italiano. Questo è italiano – alzò la lattina e indicò l’etichetta -. Guarda. Chef Boyardee Lui fa solo il meglio. Valerius non era mai stato così
stupefatto in tutta la sua vita. Sicuramente, lei stava
scherzando. - Non mangio in piatti di carta e con posate di plastica. - Bene, bene, signor
Presuntuoso! Mi dispiace se ti ho offeso, ma qui sul pianeta Terra, il
resto di noi plebei tende a mangiare quello che capita e quando ci danno qualcosa, non discutiamo.
Tabitha incrociò le braccia sul petto mentre lui restava rigido come una statua. Se gli sguardi
avessero potuto ammazzare, la sua povera scatola di Carnarrones sarebbe andata in pezzi. - Mi
ritirerò fino al tramonto.
Fece un maestoso inchino con la testa prima di dirigersi verso le scale.
Tabitha restò a bocca aperta mentre lo guardava andar via. Era davvero offeso, e nel profondo di se
stesso, era ferito. A quest’ultimo sentimento lei non trovava nessun senso. Era lei che avrebbe
dovuto sentirsi insultata. Raccogliendo la scatola di cibo, sospirò, ne assaggiò un boccone e tornò in
cucina.
Valerius chiuse accuratamente la porta della stanza di Tabitha quando in realtà quello che voleva
fare era chiuderla con una grande tonfo. Ma la nobiltà non camminava rumorosamente in casa.
Quello era una cosa da plebei. I nobili mantenevano le loro emozioni sotto un prudente controllo.
E non si sentivano feriti per l’opinione di donne volgari senza raffinatezza che li insultavano.
Era stato uno stupido a pensare anche solo per un momento che lei... - Non devo piacere a nessuno
– mormorò a bassa voce. Aveva vissuto tutta la sua vita senza che gli importasse un cavolo di ciò
che pensavano di
lui. Perché doveva cambiare ora? Però, non riusciva a zittire quella piccola parte di lui che
desiderava che qualcuno avesse per
lui un commento benevolo. Un semplice “dì a Valerius che gli mando tanti saluti”. Solo una volta
nella sua vita...
- Stai diventando stupido – rimproverò se stesso.
Meglio essere temuto che amato. Le parole di suo padre gli risuonarono nelle orecchie. La gente
tradisce sempre chi ama, ma mai qualcuno che davvero teme.
Era vero. La paura manteneva in riga la gente. Lui, più di chiunque altro, lo sapeva. Se i suoi fratelli
o avessero temuto... Valerius sussultò a quel ricordo e andò a sedersi sulla sedia da regista che si
trovava
nell’angolo della stanza. Era accanto ad una libreria composta da un’ampia varietà di romanzi.
Corrugò la fronte
mentre leggeva i titoli che spaziavano da “Gli ultimi giorni di Pompei” e “Vita e tempo di
Alessandro Magno” fino ai romanzi “Gli archivi di Dresda” di Jim Butcher.
Che donna strana era Tabitha Deveraux. Mentre Valerius si allungava per raggiungere un libro
sull’antica Roma, il suo sguardo cadde sul cesto della spazzatura accanto alla sedia. Era grande,
come quelli che la maggior parte della gente teneva nelle cucine, ma quello che richiamò la sua attenzione fu il pezzo di manica nera che spuntava da sotto il coperchio. Aprendolo, trovò la sua camicia e il suo cappotto.Il suo cipiglio si approfondì ancora di più mentre estraeva i resti dal cesto. Erano ancora coperti di
sangue e ormai distrutti. Mise un dito nel taglio sulla schiena, dove il demone lo aveva ferito con la
spada.
Ma lui stava indossando i suoi abiti...
Valerius si drizzò e si tolse il maglione di seta. Era Ralph Lauren, identico a quello che aveva avuto
la notte precedente. C’era una sola spiegazione.
Tabitha gli aveva comprato degli abiti nuovi.
Andò verso l’armadio ed esaminò il cappotto. Fu solo in quel momento che notò che i bottoni erano
di un tono ramato leggermente diverso. Ma, a parte quello, era identico.
Non poteva crederci. Solo il cappotto gli era costato più di millecinquecento dollari. Perché Tabitha
avrebbe dovuto fare una cosa del genere?
Desiderando una risposta, tornò giù dove la trovò in cucina, sola, a cucinare.
Valerius esitò sulla soglia. Era di lato e il suo profilo perfettamente sereno. Era davvero una bella
donna.
I suoi jeans neri consunti si stringevano su delle gambe lunghe e su un didietro davvero attraente.
Indossava un maglione nero abbottonato a maniche corte che le aderiva addosso, lasciando esposta
una grande quantità di pelle abbronzata tra i jeans e il suo ombelico, sul quale, se non si sbagliava,
aveva un piercing.
I suoi capelli castani lunghi erano tirati all’indietro, ed era stranamente calma a piedi nudi davanti
alla cucina; un anello d’argento brillava su un dito del suo piede destro. La radio accesa diffondeva
le note di una famosa canzone di Martin Bailey. I fianchi di Tabitha si muovevano all’unisono con
la musica, in un ritmo erotico che era molto più attraente di quanto volesse ammettere.
In realtà, riusciva appena ad evitare di avvicinasi a lei, chinare la testa e provare un pò di quella
pelle seducente che sembrava lo chiamasse.
Lei era una persona passionale che sicuramente lo avrebbe ben cavalcato. Fece un passo avanti
facendola sussultare e allungare un piede. Valerius bestemmiò mentre il piede veniva a contatto con
il suo inguine facendolo piegare in due per il dolore.
- Oh, mio Dio! – ansimò Tabitha rendendosi conto di aver colpito il suo ospite -. Mi dispiace tanto!
Stai bene?
Lui la guardò minacciosamente. - No – grugnì mentre si allontanava zoppicando da lei. Tabitha lo
aiutò a sedersi sulla panca pieghevole che teneva nella piccola cucina. - Mi dispiace tanto, tanto –
ripetè mentre lui si sedeva e si manteneva con la mano -. Avrei
dovuto avvertirti di non camminare silenziosamente alle mie spalle. - Non stavo camminando
silenziosamente – le disse a denti stretti -. Stavo camminando. - Aspetta, lascia che cerchi un pò di
ghiaccio. - Non ho bisogno di ghiaccio. Ho bisogno solo di un minuto per respirare senza parlare.
Lei alzò le mani in segno di resa. - Prenditi tutto il tempo che vuoi. Dopo qualche minuto di
respirazione rumorosa, finalmente Valerius si sentì meglio. - Grazie a Giove non avevi un altro
coltello tra le mani – mormorò, e poi a voce più alta: -
Prendi a calci in questo modo ogni uomo che entra in casa tua? - Oh, Signore, non anche lui! –
esclamò Marla mentre entrava in cucina -. Tabby, ti giuro
che è un miracolo che tu abbia una vita personale per il modo in cui tratti gli uomini. - Oh, taci,
Marla, non l’ho fatto apposta... questa volta. Marla alzò gli occhi al cielo mentre prendeva due Coca
Cola dietetiche dal frigorifero. Ne
passò una a Valerius. - Premi questa contro la tua ferita dolcezza. Aiuterà. E ringrazia che non sei
Phil. Ho sentito
che gli hanno dovuto fare un’operazione di recupero a un testicolo dopo che Tabby lo sorprese a
tradirla.

tavolo.
Quindi aprì la sua bibita e se ne tornò in negozio. - Se lo meritava – gridò Tabitha a Marla -. È stato
fortunato che non glielo abbia tagliato. Valerius non voleva continuare con quell’argomento. Si alzò
e lasciò la Coca Cola sul
- Perché stai cucinando? Tabitha scrollò le spalle. - Hai detto che non volevi niente che venisse da
una lattina, così ti sto cucinando il pranzo. - Ma hai detto che... - Dico molte cose che non voglio
dire – la guardò mentre spegneva il fuoco e portare poi la
pentola bollente verso il lavello. Un campanello suonò -. Te ne vuoi occupare al posto mio? -
Occuparmi di cosa? – domandò. - Del microonde. Valerius si guardò intorno. Aveva raramente visto
una cucina in tutta la sua vita, e sapeva
davvero molto poco a proposito degli elettrodomestici con cui si cucinava. Aveva i domestici per
quel tipo di cose.
Il campanello suonò di nuovo.
Pensando che fosse il microonde, andò verso di esso e lo aprì. All’interno c’era un recipiente con
della salsa marinara. Prese la manopola a forma di pesce appesa di fronte al microonde ed estrasse il
recipiente.
- Dove devo metterlo? - Sulla cucina, per favore. Lui fece quanto gli aveva detto. Lei portò un
piccolo recipiente dove si trovava lui e coprì la pasta con la salsa. - Meglio così? – domandò
porgendogli il recipiente. Valerius annuì finche il suo sguardo cadde sulla pasta. Sbattè le palpebre,
incredulo, mentre
scopriva la forma della pasta. No. Sicuramente lo stava immaginando. Era un...? Spalancò la bocca
comprendendo che era proprio quello che sembrava che fosse. Piccoli
peni di pasta che nuotavano nella salsa marinara. - Oh, andiamo – disse Tabitha in tono irritato -.
Non dirmi che un Generale romano ha
problemi con questo. - Davvero ti aspetti che io mangi questa roba? – domandò sbalordito. Lei
sbuffò. - Non osare usare quell’atteggiamento superiore con me, amico. Si da il caso che io sappia
esattamente come vivevate voi romani. Come decoravate le vostre case. Vieni dalla terra del fallo,
così non stupirti solo perché ti ho dato un piatto pieni di essi perché tu possa nutrirti. Non è come se
avessi gonfiato dei palloncini a forma di falli volanti appesi in casa per respingere gli spiriti o
qualcosa di simile, anche se scommetto che tu li avevi quando eri un essere umano.
Era vero, ma erano passati tanti secoli da quando... ma pensandoci meglio, non aveva mai visto
nulla del genere.
Lei gli porse una forchetta. - Non è d’argento, ma acciaio inossidabile. Sono sicura che potrai
accontentarti. Lui era ancora ipnotizzato dalla pasta. - Dove hai preso questa roba? - Vendo questi e
seni enormi nel mio negozio. - Seni? - Mi sembra di essere stata chiara. Valerius non sapeva cosa
dire. Non aveva mai mangiato cibo osceno e, che tipo di negozio
aveva se vendeva cose simili? - La casa di Vetti – disse Tabitha incrociando le braccia -. Devo dire
di più?

Valerius conosceva bene la casa romana di cui lei parlava così come i suoi scabrosi murales. Era
vero, il suo popolo era stato abbastanza aperto alla sessualità, ma lui non si era aspettato di trovare
qualcosa di simile in questa epoca.
- Non sana est puella – disse a bassa voce Valerius che voleva dire “Questa ragazza è demente”.
- Quin tu istanc orationem hinc veterem antque antiquam amoves, vervex? – lo rintuzzò Tabitha.
“Smetteresti di usare quella lingua obsoleta, testa di capra?”.
Valerius non si era sentito mai tanto insultato e divertito contemporaneamente. - Com’è che parli
tanto bene il latino? Lei tirò fuori una fetta tostata dal forno. - Ho una maestra di Civiltà Antiche.
Mia sorella, Selena, ha una laurea. Quando eravamo
all’università, pensavamo che fosse divertente insultarci in latino. - Selena Laurens? La lunatica che
legge i tarocchi in Piazza? Lei lo guardò con ferocia. - Quella matta si dà il caso che sia la mia
adorata sorella maggiore e, se la insulti di nuovo, ti
lascerò storpio... o anche di più. Valerius si morse la lingua mentre si dirigeva verso il tavolo della
sala da pranzo. Aveva
incontrato varie volte Selena negli ultimi tre anni, e nessuno di quegli incontri si era concluso bene.
Quando Acheron l’aveva nominata per la prima volta, Valerius era stato felice all’idea di avere
qualcuno con cui parlare che conoscesse la sua lingua e la sua cultura.
Ma non appena Acheron li aveva presentati, Selena gli aveva gettato il vino in faccia. Gli aveva
rivolto ogni insulto conosciuto dall’umanità inventandone addirittura qualcuno.
Lui non sapeva perché Selena lo odiava tanto. L’unica cosa che lei gli diceva era che fosse un vero
peccato che i barbari non l’avessero fatto a pezzi durante una delle loro scorribande.
E quello era l’insulto migliore nell’augurargli la morte.
Era sicuro che lei sarebbe stata felice di venire a sapere che la sua vera morte era stata molto più
dolorosa e umiliante di qualunque dei suoi rimbombanti epiteti.
Ogni volta che lui si avventurava per la piazza alla ricerca di demoni, lei gli lanciava delle
maledizioni, così come qualunque cosa si trovava tra le mani in quel momento.
Non c’era alcun dubbio che sarebbe stata felice di sapere che sua sorella lo aveva pugnalato. Il suo
unico dispiacere sarebbe stato quello di saperlo ancora vivo e non morto.
Tabitha si fermò sulla soglia e guardò Valerius mangiare la pasta in silenzio. Era rigidamente dritto
e le sue maniere erano impeccabili. Sembrava calmo e rilassato.
Ma si vedeva che era incredibilmente a disagio in casa sua. Senza parlare poi che sembrava proprio
fuori posto.
- Tieni – gli disse porgendogli il pane. - Grazie – rispose lui di rimando mentre lo prendeva.
Corrugò la fronte come se stesse cercando il piatto per il pane. Alla fine lo appoggiò sul
tavolo e si occupò di nuovo della sua eccentrica pasta. C’era uno silenzio scomodo tra loro. Tabitha
non sapeva cosa dirgli. Era strano avere
quest’uomo davanti a lei, quando aveva sentito tanto parlare di lui. E niente di lusinghiero.
Suo cognato e il suo migliore amico, Julian, passavano ore durante le riunioni di famiglia a parlare
di Valerius e della sua famiglia e del fatto che Artemide aveva trasferito Valerius a New Orleans per
puro dispetto, poiché non avrebbe voluto lasciar andare Kyrian. Forse era vero. O forse la dea aveva
solo voluto che Kyrian affrontasse il suo passato e lo dimenticasse.
Ad ogni modo, la persona che sembrava più punita dalla decisione di Artemide era Valerius a cui
veniva ricordato costantemente l’odio di Kyrian e Julian.
Era strano che a lei non sembrasse poi così malvagio. Certo, era arrogante e diffidente, ma... C’era
qualcos’altro in lui. Lei poteva sentirlo Andò in cucina a cercargli qualcosa da bere. La sua prima idea fu quella di dargli dell’acqua, ma era
già stata maliziosa dandogli quella pasta a forma di fallo. Era stato un impulso infantile per il quale
ora si sentiva eccessivamente colpevole. Così decise di aprire, con riluttanza, la sua cantina dei vini
per dargli qualcosa che, senza dubbio, avrebbe apprezzato.
Valerius alzò lo sguardo mentre Tabitha gli porgeva il bicchiere di vino rosso. Si aspettava quasi che
fosse un penetrante ed economico Ripple14, e fu gradevolmente sorpreso nel sentire il gusto ricco ed
aromatico, dal corpo corposo.
- Grazie – le disse. - Di niente. Quando lei stava per allontanarsi, lui le catturò la mano e la fermò. -
Perché mi hai comprato dei vestiti nuovi? - Come sai...? - Ho trovato i miei nel secchio della
spazzatura. Lei si irrigidì, come se la disturbasse il fatto che lui avesse scoperto ciò che aveva fatto.
- Avrei dovuto svuotare il cesto. Diavolo. - Perché non volevi che lo scoprissi? - Ho pensato che
non avresti accettato. Era il minimo che potessi fare, visto che sono stata
una parte del motivo per cui si sono rovinati. Lui le fece un sorriso che le riscaldò il cuore. - Grazie,
Tabitha. Era la prima volta che pronunciava il suo nome. Il suo ricco e profondo accento le inviò un
tremito in tutto il corpo. Prima di potersi trattenere, appoggiò la mano sulla guancia di Valerius. Si
aspettava quasi
che l’allontanasse. Non lo fece. La guardò solo con quei suoi strani occhi neri. Lei era
impressionata dalla sua bellezza. Per il dolore sepolto dentro di lui che le faceva
dolere il cuore per lui. E prima di poter pensare a quello che stava facendo, chinò la testa per
catturare le labbra di Valerius con le proprie.
Valerius era completamente impreparato a quel movimento. Nessuna donna lo aveva mai baciato
per prima. Mai. Tabitha era audace nella sua esplorazione, esigente e invase tutti i suoi sensi come
la lava.
Prendendole il viso tra le mani, le rispose.
Tabitha gemette nel sentire il sapore antico del suo Generale. La sua lingua sfiorò i canini di
Valerius provocandole un brivido. Lui era letale e mortale.
Proibito.
E per una donna che si vantava di non seguire mai le regole di nessuno tranne le proprie, questo lo
rendeva ancora più attraente.
Lo spinse sulla sedia e si sedette a cavalcioni si du lui.
Lui non protestò. Invece, vagò con le proprie mani dal viso di Tabitha fino alla sua schiena mentre
lei gli scioglieva i capelli liberando le spesse ciocche nere che scivolarono come seta tra le sue dita.
Lei sentiva la sua erezione premere contro il centro del proprio corpo, accendendo ancora di più il
suo desiderio.
Era passato tanto di quel tempo da quando era stata con un uomo. Tanto tempo da quando aveva
sentito un desiderio così forte da farle desiderare di stringersi in quel modo ad un uomo. Ma
desiderava moltissimo Valerius nonostante lui dovesse stare completamente al di fuori della sua portata.Valerius gettò la testa all’indietro mentre Tabitha percorreva con le labbra la linea della sua
mandibola, scendendo sotto il mento verso il collo. Il calore del suo tocco lo fece ardere. Erano
passati secoli da quando aveva preso una donna che sapeva lui cosa era.
Una donna che poteva baciare senza usare la cautela per paura che lei scoprisse i suoi canini.
Né era mai stato con una donna così eccitante. Una che si sentisse così a proprio agio con lui. Una
così selvaggia. Non c’era alcun tipo di paura in questa donna. Nessuna repulsione.
Era ardente e appassionata, completamente femminile.
Tabitha sapeva che non avrebbe dovuto fare questo. I Dark-Hunters non avevano il permesso di
avere relazioni con donne umane. Non dovevano avere legami emotivi, tranne che con i loro
Scudieri.
Lei poteva andare a letto con Valerius solo una volta e poi doveva lasciarlo andare.
Ma, oltre a questo, c’era il fatto che tutta la sua famiglia odiava quest’uomo e anche lei avrebbe
dovuto fare lo stesso. Avrebbe dovuto sentire repulsione per lui. Ma non era così. C’era qualcosa in
lui che lo rendeva irresistibile.
Contro ogni saggezza e contro ogni ragione, lo desiderava.
Sei semplicemente eccitata, Tabby, lascialo andare.
Magari fosse stato così semplice. Erano passati quasi tre anni da quando la sua relazione con Eric
era finita, e in tutto quel tempo non c’era stato più nessuno. Nessuno l’aveva attratta per più di una
semplice curiosità.
Beh, tranne Ash, ma lei sapeva che non doveva pensarci.
Ma nemmeno lui la faceva ardere come in quel momento. Ma lui non portava dentro di sè lo stesso
dolore di Valerius; o, se lo aveva, lo nascondeva meglio quando le era accanto.
Sentiva come se, in qualche maniera, Valerius avesse bisogno di lei.
Proprio quando stava allungano la mano per raggiungere la chiusura dei suoi pantaloni, suonò il
telefono.
Tabitha lo ignorò finchè Marla non usò il citofono interno per dire: - È Amanda, Tabby. Dice di
prendere il telefono. Ora. Lei grugnì, frustrata. Diede un rapido bacio a Valerius prima di mettersi in
piedi. - Per favore, non dire nemmeno una parola mentre sono al telefono – lo avvertì. Da quando
Amanda si era sposata con Kyrian, i suoi poteri psichici erano incredibilmente
aumentati e se avesse sentito la voce di Valerius, avrebbe capito immediatamente chi era. Tabitha ne
era sicura. Ed era anche l’ultima cosa che voleva affrontare in quel momento.
Prese il telefono appeso sulla parete della cucina. - Ehi, Mandy, di cosa hai bisogno? Tabitha si
voltò a guardare Valerius che si ricomponeva. Si gettò i capelli all’indietro e li
legò di nuovo con il laccio che gli aveva tolto. Ridivenne il maestoso e rigido Generale mentre
afferrava la forchetta e cominciava di nuovo
a mangiare. Sua sorella continuava a parlare a proposito di un incubo, ma fu solo quando sentì il
termine
“demone Spathi” che distolse la sua attenzione da Valerius. - Mi dispiace, cosa hai detto? –
domandò alla sorella. - Ho detto di aver avuto un incubo nel quale ti ferivano gravemente durante
una lotta.
Volevo solo assicurarmi che stessi bene. - Sì, sto bene.
- Sei sicura? Sembra un pochino strana. - Mi hai interrotto. Stavo lavorando. - Oh – esclamò
Amanda, accettando la bugia e quello fece sentire Tabitha un pò in colpa.
Tabitha non era abituata a nascondere nulla alla sua gemella -. D’accordo. In questo caso, non ti
disturberò oltre. Ma fammi il favore di stare attenta. Ho una brutta sensazione che non vuole
scomparire.
Anche Tabitha la sentiva. Era qualcosa di indefinibile e, allo stesso tempo, persistente. 28
- Non ti preoccupare. Ash è in città e c’è un nuovo Dark-Hunter che ha portato con sè. Va tutto
bene.
- D’accordo. So che farai attenzione, ma... Tabby? - Sì? - Smettila di mentirmi. Non mi piace.
Capitolo 3
Tabitha appese il telefono, sentendosi un pò strana per la conversazione. E si sentiva ancora più
strana per la predizione di Amanda per la sua salute. La preoccupava molto, specialmente quando
era combinata con la sua stessa sensazione di inquietudine.
Era quasi morta tre anni prima, quando Desiderius aveva cercato di assassinare Amanda e Kyrian.
Da allora, nessun demone le si era più avvicinato. Principalmente perché aveva affinato le sue doti
di lottatrice ed era diventata molto più cauta.
Ma quelli della notte precedente...
Erano stati difficili da ammazzare, e un gruppo di loro era scappato. Sicuramente non sarebbero
tornati. La maggior parte dei demoni cambiavano rapidamente zona dopo essersi incrociati con lei o
con uno dei Dark-Hunters. Non erano famosi per il loro coraggio; siccome erano giovani e con
l’idea fissa di mantenersi in vita, pochi demoni volevano competere con l’esercito di Artemide, il
quale contava centinaia di guerrieri, con centinaia se non migliaia di anni di esperienza in
combattimenti.
Solo Desiderius – che era stato per metà un dio – aveva avuto la forza e la stupidità sufficienti per
lottare con i Dark-Hunters.
No, i demoni della notte precedente erano sicuramente spariti e lei sarebbe stata bene. Amanda
aveva certamente mangiato qualcosa che le aveva fatto male o qualcosa del genere.
Tornò da Valerius che stava finendo il suo pranzo. - Quali sono i tuoi poteri? – gli chiese. Lui
sembrò un tantino sconcertato a quella domanda. - Perdono?
- I tuoi poteri di Dark-Hunter. Includono premonizioni o precognizioni?
- No – rispose prima di bere un sorso di vino -. Come la maggior parte dei Dark-Hunters romani,
sono stato abbastanza, e scusa per favore la volgarità della parola, “danneggiato” in quel senso.
Tabitha corrugò la fronte. - Cosa vuoi dire? Lui respirò profondamente prima di rispondere. - Ad
Artemide importava molto che a Roma lei fosse una divinità poco importante. O, per
meglio dire, era principalmente venerata dalle classi basse, dagli schiavi e dalle donne. E questo
aumentò il suo rancore quando fummo creati. Sono più forte e più agile di un umano, ma non
possiedo gli elevati poteri psichici che hanno il resto dei Cacciatori.
- Allora come fai a lottare contro i demoni? Lui scrollò le spalle. - Nello stesso modo in cui lo fai tu.
Lotto più abilmente di loro. Sì, forse, ma lei si ritrovava spesso ferita dopo le sue battaglie. Si
domandava a lui cosa
succedeva. Era difficile lottare contro un demone essendo un essere umano. - Questo non mi piace –
disse Tabitha, arrabbiata contro Artemide perché aveva creato delle
disuguaglianze simili tra i suoi Dark-Hunters. Come poteva aver fatto una cosa simile sapendo
quello che dovevano affrontare? Accidenti, Simi aveva ragione. Artemide era davvero una deacagna.

Valerius corrugò la fronte avvertendo la furia nella voce di Tabitha. Non era abituato a sentire
nessuno che parteggiasse per lui. Né come uomo né come Dark-Hunter. Gli era sempre sembrato
che fosse il suo destino finire dalla parte dei perdenti riguardo a qualunque cosa, senza importare se
la cosa fosse giusta o no.
- Poche cose sono giuste. – Bevve l’ultimo sorso di vino e si alzò, chinando poi il capo nella sua
direzione -. Grazie per il pranzo.
- Quando vuoi, Val.
Lui si irrigidì quando la sentì usare quel vezzeggiativo che disprezzava. Le uniche persone che lo
avevano usato erano state suo fratello Marcus e suo padre, e solo per prendersi gioco di lui o
sottovalutarlo.
- Il mio nome è Valerius. Lei lo guardò seccamente. - Non posso chiamarti Valerius. Per Dio, suona
come un disco italiano rotto. E ogni volta
che sento quel nome, sento una profonda necessità di dire “Vo-la-re, oh, oh, oh”, e poi comincio a
pensare al film “The Hollywood Knights”, e credimi, non puoi volere che cominci a farlo. Così,
per riprendere il mio equilibrio dopo aver sentito quella canzone nella mia testa, e immaginare una
pazza che corre per una palestra facendo cose innominabili, puoi essere chiamato Val o Pasticcino.
Il suo sguardo si oscurò. - Il mio nome è Valerius, e non risponderò a Val. Lei scrollò le spalle. -
Bene, allora, Pasticcino, sarà come vuoi tu. Lui aprì la bocca per protestare, ma sapeva che non gli
conveniva discutere. Tabitha aveva
un modo tutto particolare di ragionare, maledizione a tutti i suoi ragionamenti! - Molto bene – disse
di malumore – tollererò Val. Ma solo da te. Lei sorrise. - Vedi che non fa male? Comunque, perché
odi quel soprannome?
- È volgare. Lei alzò gli occhi al cielo. - Devi essere davvero divertente a letto – gli disse
sarcasticamente. Valerius rimase attonito a quel commento. - Scusami? - Mi stavo semplicemente
chiedendo come sarebbe far l’amore con un uomo che è tanto
rigido, ma... Nah. Non riesco ad immaginare qualcuno di tanto regale che lo faccia così...
sudiciamente.
- Ti assicuro che non ho mai avuto lamentele riguardo a quello.
- Sul serio? Allora devi essere andato a letto con donne tanto fredde che avrai potuto farne pezzi di
ghiaccio.
sesso.
Lui si voltò per abbandonare la stanza. - Non stiamo avendo questa conversazione. Ma lei non gli
diede nessun sollievo momentaneo mentre lo seguiva verso la scala. - Eri così a Roma? Voglio dire,
da quello che ho letto, voi romani eravate molto crudi con il
- Posso solo immaginare le bugie che raccontano. - Allora erano convenzionali come te? - Cosa ti importa? La sua risposta lo sorprese mentre lei lo faceva fermare. - Perché sto cercando di capire
cosa ti è successo per farti diventare come sei ora. Sei così
chiuso in te stesso che sembri appena umano.


- Non sono un umano, signorina Deveraux. Nel caso non te ne sia resa conto, sono uno dei dannati.
- Baby, apri gli occhi e guardati intorno. Tutti siamo dei dannati, in un modo o nell’altro. Ma essere
dannato è molto diverso dall’essere morto. E tu vivi come se lo fossi.
- Infatti, lo sono. Lei lanciò un’occhiata di fuoco sul suo corpo delizioso. - Ti vedo
straordinariamente in forma per essere un uomo morto. Il suo viso si indurì. - Non mi conosci
nemmeno. - No, è vero. Ma la domanda è: tu ti conosci? - Sono l’unico che mi conosce. E quella
semplice risposta le disse tutto quello che doveva sapere su di lui. Era solo. Tabitha voleva
avvicinarsi, ma sentiva che doveva dargli un pò di spazio. Lui non era
abituato a interagire con gente come lei... in realtà, pochi lo erano. Come sua nonna Flora, la gitana
veggente della sua famiglia, diceva sempre, Tabitha
tendeva a scagliarsi sulla gente come un treno carico e falciarli sul posto stesso in cui si trovava.
Sospirò mentre lui faceva un altro passo per allontanarsi da lei. - E, comunque, quanti anni hai? -
Duemilacen...
- No – lo interruppe -. Non gli anni di Dark-Hunter. Quanti anni avevi quando sei morto? Lei sentì
una profonda ondata di dolore attraversarlo a quella domanda. - Trenta. - Trenta? Per Dio, agisci
come un vecchio decrepito dal cattivo carattere. Nessuno rideva nel
posto da cui provieni? - No – disse lui semplicemente -. La risata non era tollerata né incoraggiata.
Tabitha non riusciva a respirare mentre comprendeva le parole di Valerius e ricordò le
cicatrici che aveva visto sulla sua schiena. - Mai?
Lui non rispose. Invece, continuò a salire per le scale. - Dovrei ritirarmi ora. - Aspetta – gli disse,
affrettandosi a mettersi di fronte a lui per calmarlo. Si girò per affrontarla. Poteva sentire le
emozioni che lo agitavano internamente. La sofferenza. La confusione.
Sapeva quanto fosse odiato quest’uomo. Forse se lo meritava, ma nel profondo di se stessa, non ne
era tanto sicura.
La gente non si allontanava dal mondo senza una ragione. Nessuno era stoico così alla leggera.
E in quel momento, si rese conto di qualcosa. Era il suo meccanismo di difesa. Lei diventava
insolente e selvaggia ogni volta che era di cattivo umore o a disagio.
Lui diventava freddo. Formale. Quella era la sua facciata. - Mi dispiace se ti ho detto qualcosa che ti
ha offeso. Spesso le mie sorelle dicono che
offendere la gente per me è diventata una forma d’arte. Un sorriso tremò appena sulle sue labbra e,
se non si sbagliava, i suoi occhi si addolcirono
leggermente. - Non mi hai offeso.
- Bene.
Valerius era tentato di rimanere lì e parlare con lei, ma si sentiva a disagio alla sola idea. Non era
mai stato il tipo di persona con cui gli altri parlavano. Perfino mentre era un essere umano,
31
le sue conversazioni avevano riguardato le tattiche di guerra, la filosofia, la politica. Mai delle
semplici chiacchiere.
Le sue conversazioni con le donne erano state perfino meno che con gli uomini. Nemmeno
Agrippina aveva mai parlato sul serio con lui. Avevano scambiato dei commenti, ma lei non aveva
mai condiviso le sue opinioni con lui. Semplicemente era d’accordo con lui, e faceva quello che le
chiedeva.
Aveva la sensazione che Tabitha non era d’accordo con nessuno anche quando sapeva che l’altra
persona aveva ragione. Sembrava una questione di principio per lei essere in disaccordo su tutto.
- Sei sempre così sincera? – domandò. Lei fece un ampio sorriso. - Non conosco altro modo di
essere. All’improvviso la canzone “Gimme three Stepts”di Lynyrd Skynyrd cominciò a suonare
nella radio. Tabitha si lasciò scappare un piccolo strillo di felicità e scese di corsa le scale. Valerius
ebbe
appena il tempo di battere le palpebre prima che lei alzasse il volume e corresse di nuovo da lui. -
Amo questa canzone – disse mentre ballava al ritmo della musica. Valerius ebbe difficoltà a
concentrarsi su qualcosa che non fosse il dondolio dei suoi fianchi mentre ballava e cantava la sua
canzone -. Andiamo, balla con me! – disse, al suono della chitarra. Salì le scale per prenderlo per
mano. - In realtà questa non è musica per ballare. - Certo – disse prima di cominciare a cantare.
Lui era enormemente divertito da Tabitha, nonostante se stesso. In tutta la sua vita, non aveva mai
conosciuto nessuno che godesse tanto della vita da sentire un simile piacere per qualcosa di così
semplice.
- Andiamo – tentò di nuovo quando la parte cantata finì -. È una bellissima canzone. Devi ammirare
chiunque possa comporre una canzone simile – disse e gli fece l’occhiolino.
Valerius rise. Tabitha ammutolì. - Oh, mio Dio, lui sa come ridere. - So come ridere – rispose
dolcemente Valerius. Lo fece scendere dalla scala e ballò intorno a lui prima di usarlo come palo e
continuare a
ballare. Lei si lasciò andare, schioccò le dita e scese verso il basso prima di rimettersi dritta. - Credo
che un giorno butterai quelle scarpe lucidate a mano e ti scioglierai. Valerius si schiarì la gola
cercando di immaginare una cosa simile. Non era possibile. C’era
stata un’epoca, quando lui era un essere umano, in cui era stato tentato di farlo. Ma quei giorni
erano spariti per sempre da molto tempo. Ogni volta che aveva cercato di essere qualcosa di diverso
da quello che era, un’altra
persona aveva pagato duramente per questo. Così aveva imparato ad essere come era e lasciare in
pace gli altri.
Era la cosa migliore.
Tabitha vide che il suo viso diventava di nuovo di pietra. Sospirò. Cosa ci voleva per arrivare a
quest’uomo? Per essere un immortale, certo non sembrava godersi la vita.
A dispetto di tutti i difetti di Kyrian, doveva dargli credito. L’antico Generale greco godeva di ogni
respiro che faceva. Viveva la sua vita al massimo.
Mentre Valerius si limitava semplicemente a esistere. - Cosa fai per divertirti? – gli domandò. -
Leggo. - Letteratura?
- Fantascienza.
32
- Davvero? – gli chiese sorpresa -. Heinlein?
- Sì. Harry Harrison è uno dei miei favoriti, come Jim Butcher, Gordon Dickson e C.J. Cherryh.
- Wow – esclamò lei attonita -. Sono impressionata. Continua. Dorsai?16. - In realtà mi piacciono di
più i romanzi “The right to arm bears17 e Wolfing di Dickson.
Quello sì che le sembrò sorprendente. - Non so, “Soldato, non chiedere” mi sembra più il tuo stile. -
È un classico ma gli altri due mi si addicono di più. Hmmm... Wolfing era un uomo solo in un
mondo alieno, senza amici né alleati. Quello
confermava ancora di più i suoi sospetti sulla vita di Valerius. - Hai letto “Hammer Slammers?”. -
David Drake. Un altro mio favorito. - Sì, uno deve amare le cose militari. Burt Colin scrisse un
libro anni fa chiamato “The
quick...?” - Shaman. Era un eroe complesso. - Sì, stranamente immorale e nonostante ciò ben
accolto. Non sei mai sicuro da che parte
stia. Mi ricorda un pò degli amici che ho avuto in questi ultimi anni. Valerius non riuscì a non
sorridere. Era così piacevole avere qualcuno con cui parlare che
conoscesse il suo segreto. L’unica altra persona a cui piaceva leggere di fantascienza era Acheron,
ma raramente ne parlavano.
- Sei una donna straordinaria, Tabitha. Lei gli sorrise. - Grazie. Ora ti lascerò andare a dormire –
disse gentilmente -. Sono certa che ti farà bene
riposare. Desiderava dargli un bacio tenero e amichevole sulla guancia, ma poi ci ripensò. Invece, lo
osservò uscire dalla stanza e salire la scala. Valerius tornò silenziosamente nella stanza di Tabitha.
Aveva una personalità così forte che
lui si sentiva letteralmente prosciugato solo per esserle stato accanto. Si tolse gli abiti e li appese,
per non sgualcirli e poi si mise a letto per dormire. Ma il sonno non arrivava. Per la prima volta
sentì il profumo delle sue lenzuola. Era l’aroma di Tabitha. Caldo, vivace, seducente. E lo fece
diventare immediatamente duro per lei. Si coprì gli occhi con la mano e strinse i
denti. Cosa stava facendo? L’ultima cosa che poteva fare come Dark-Hunter, era avere una
relazione con una donna. E, anche se avesse potuto, Tabitha Deveraux era l’ultima donna del
pianeta che poteva avere.
Come amica di Acheron, era fuori della sua portata al punto che avrebbe dovuto chiamarlo di nuovo
e pretendere che trovasse un modo per portarlo via da lì.
Ma Acheron li aveva lasciati insieme.
Si girò sul letto facendo del suo meglio per non aspirare profondamente ed evitare di immaginare
Tabitha in quel letto. Con le loro estremità nude intrecciate...
Bestemmiò e prese un secondo cuscino. Nel farlo, vide una piccola camicia da notte di seta nera.
Un’immagine di Tabitha con quel capo di biancheria addosso lo fece ardere.
Non riusciva a respirare. Prima di pensare a cosa stava facendo, la prese e lasciò che il freddo della
seta gli accarezzasse la pelle. La tenne contro il naso e ispirò il suo profumo.
Lei non è per te.
Era vero. Aveva già ucciso una donna solo perché era stato uno sciocco. Non aveva nessuna voglia
di farlo accadere di nuovo.
Mise la camicia da notte sotto al cuscino e si costrinse a chiudere gli occhi.
16 Personaggio di un romanzo dell’autore Gordon R. Dickson 17 Può essere tradotto come: “Il diritto di armare gli orsi”
oppure come “Il diritto di armare gli uomini rozzi”.
Ma poi fu perseguitato dalle immagini di una donna che avrebbe dovuto, per tanti motivi,
respingerlo, e nonostante ciò lo attirava e lo seduceva completamente.
Tabitha passò il resto della giornata tra il suo negozio e ai piedi della scala, dove costringeva se
stessa a fare marcia indietro e tornare ai suoi affari.
Ma sentiva una orribile attrazione verso il Dark-Hunter che dormiva nel suo letto. Era stupido. Lui
era un antico guerriero al quale non sembrava nemmeno piacere.
Tuttavia, il suo bacio aveva detto una cosa diversa. Lì, per pochi istanti, lui era stato ansioso come
lei per lui. Lei non gli era completamente indifferente.
Aspettò fino alle quattro e poi andò a svegliarlo.
Aprendo lentamente la porta, si fermò a guardarlo dormire. Era disteso dandole la schiena, ma
quello che la fece bloccare furono le brutte cicatrici che deturpavano la sua schiena. Quelle non
erano cicatrici di battaglia. Erano il tipo di cicatrici che uno si aspetta di vedere su qualcuno che è
stato colpito con una frusta. Molte volte.
Non riusciva a distogliere lo sguardo. Senza pensare, attraversò la stanza e appoggiò la mano sul
braccio di Valerius. Lui si girò con un grugnito e l’afferrò.Prima che lei si rendesse conto di quello che stava per fare, si ritrovò sotto di lui, con una mano
sulla gola.
- Lasciami, Valerius, o ti farò molto male.
Lui sbattè le palpebre come se si fosse svegliato dal sonno. La sua stretta si allentò
immediatamente.
- Perdonami – disse mentre le accarezzava dolcemente il collo -. Ti avrei dovuto avvertire di non
toccarmi per svegliarmi.
- Attacchi sempre la gente che ti sveglia?
Valerius non riusciva a parlare mentre sentiva la morbidezza della pelle di Tabitha sotto le sue dita.
A dir il vero, la stava sognando. Ma lei era nel suo mondo. Vestita con niente tranne che con una
collana di perle e coperta da petali di rose.
Era incredibilmente bella. I suoi occhi erano così azzurri. Il suo naso birichino, e le sue labbra...
erano materia di leggenda. Piene ed esuberanti, pregavano per avere la sua attenzione.
Prima di potersi trattenere, appoggiò la bocca su quella di lei.
Tabitha gemette avvertendo il sapore del guerriero romano. Il suo bacio era tenero e dolce,
un’antitesi totale della sensazione di acciaio del suo corpo. La fece sciogliere, mentre avvolgeva le
sue braccia intorno alla sua schiena nuda e tracciava le cicatrici della sua schiena.
Ed era pienamente cosciente che lui era completamente nudo.
Valerius gemette nel sentire la lingua di lei accarezzare leggermente la sua. Sentire il suo aroma e le
sue morbide curve avvolte intorno a lui. Il tessuto dei suoi jeans gli sfregò la pelle mentre lei apriva
le cosce e lo teneva tra quelle lunghe e bellissime gambe. Tabitha passò la mano tra i capelli di
Valerius, allontanandolo dal suo viso prima di seppellire la mano e tenerlo stretto a sè.
Lui alzò l’orlo del suo maglione per poter toccare dolcemente il suo seno attraverso il satin del suo
reggiseno. Lei gemette profondamente, un suono roco e crudo che lo fece ardere.
Come aveva detto Tabitha qualche ora prima, lui aveva passato troppe notti con donne che non
avevano mai reagito in modo così sincero al suo tocco. Lei gli passò le mani sulle spalle prima di
scendere sulla parte inferiore della sua schiena.
L’unica cosa a cui lui riusciva a pensare era di prenderla. Di scivolare molto profondamente dentro
di lei finchè tutti e due non sarebbero stati sazi e deboli.
Mentre cercava con le dita la chiusura del suo reggiseno, un piccolo frammento di saggezza spuntò
nella sua testa. Lei non era per lui.
Scostò la mano. Tabitha gli prese la testa tra le mani e lo attirò a sè.

- So quello che sei, Val. Va bene così.
Prese la mano di lui con la sua e la rimise di nuovo sul suo seno. Scostò il satin finchè lui non sentì
il duro e infiammato capezzolo sotto il suo palmo. Valerius non riusciva a respirare mentre toccava
quel seno morbido. Lei era così calda, così accogliente che gli era difficile credere che fosse
qualcosa di speciale per lei.
- Vai a letto con tutti i Dark-Hunter? Lei si irrigidì. - Che cosa? - Mi stavo solo chiedendo se sei
stata con Acheron..., con Tallon. Tabitha lo allontanò con uno spintone.
- Che razza di domanda è questa? - Ti conosco appena e ti sei offerta a me già due volte. - Oh, imbecille arrogante! – Prese il cuscino e glielo scagliò contro. Valerius alzò la mano
per difendersi ma lei non si fermava -. Sei così stupido! Non riesco a credere che mi abbia chiesto
una cosa simile. Lo giuro, non tornerò mai più a stare nella stessa stanza dove sei tu!
Finalmente, i colpi del cuscino finirono. Lui abbassò il braccio. Lei gli diede un ultimo colpo in
testa e solo allora lasciò il cuscino. - Per tua informazione, amico, non sono la bicicletta del paese.
Non vado a letto con ogni uomo a cui mi avvicino. Pensavo che eri... Oh, non importa. Vai al diavolo! Si girò ed uscì
violentemente dalla stanza. Chiuse la porta alle sue spalle con tanta forza che
fece scuotere le finestre e tintinnare le collane appese accanto al suo specchio e sull’altare. Valerius
rimase steso sul letto, completamente sorpreso per quello che era appena successo.
Lei lo aveva davvero picchiato con un cuscino? Dall’incontro della notte precedente, sapeva che lei
avrebbe potuto facilmente colpirlo con
qualcosa di più doloroso ma si era trattenuta. Ad essere sincero, si sentiva sollevato per la dura
reazione di Tabitha. La sua indignazione
era stata troppo forte per essere finta. E quello gli portò uno strano calore al petto. Poteva essere che
davvero lui le piacesse? No. Non era possibile. Lui non piaceva a nessuno. Non era mai successo.
“Sei spregevole. Maledico il giorno in cui mamma ti portò in questo mondo. Sono solo felice
che sia morta prima di poter vedere che vergogna sei per la famiglia”.
Sussultò ricordando le crudeli parole che suo fratello Marcus gli aveva lanciato ripetutamente.
Il suo stesso padre lo disprezzava.
“Sei debole. Patetico. Avrei dovuto ammazzarti prima di spendere per l’acqua e il cibo che sono
stati necessari per allevarti”.
Le sue parole erano buone se paragonate con quelle che i suoi fratelli Dark-Hunters gli dicevano.
No, non c’era modo che “piacesse” a Tabitha. Non lo conosceva nemmeno. Lui non sapeva perché
lei era tanto ricettiva al suo tocco. Forse era semplicemente una donna dalle forti passione. Lui era
un uomo affascinante. E
non è che fosse vanitoso. Era solo un fatto. Innumerevoli donne gli si erano offerte nel corso dei
secoli.
Ma per qualche motivo che non voleva approfondire, desiderava qualcosa di più che un incontro di
una notte con Tabitha.
V oleva...
Valerius costrinse la propria mente ad allontanare quei pensieri. Non aveva bisogno di nessuno,
nemmeno come amico. Era meglio passare la sua vita da solo, lontano dalle persone.
Alzandosi, si vestì e lasciò la camera da letto di Tabitha e scese le scale. Trovò Marla in camera da
pranzo.

- Uhhh, cioccolatino, non so cosa hai fatto a Tabby, ma è furiosa. Mi ha chiesto di dirti di mangiare
prima che avveleni il tuo cibo, o qualcosa di peggio.
Valerius fu sorpreso di vedere vitello al Marsala e un’insalata italiana con pane all’aglio che lo
aspettava.
- Da dove viene questo cibo? – domandò a Marla.
- Da Tony’s, in fondo alla strada. Tabitha mi ha mandato lì a comprarlo. Lei e Tony non si parlano
in questo momento. Dio la benedica, ma riesce a far sì che tutti si arrabbino con lei. Ma lui lo
supererà. Lo fa sempre.
Valerius si sedette e assaggiò un boccone del paradiso. Non aveva mai assaggiato qualcosa di
meglio. Perché Tabitha si era presa un simile disturbo per lui?
dietro.
pronto.
Era a metà del pranzo quando Tabitha passò dalla porta che conduceva al suo negozio. - Spero che
affoghi – grugnì mentre si dirigeva verso la cucina. Valerius inghiottì quello che stava mangiando,
si ripulì la bocca, scostò la sedia e le andò
- Tabitha? – le fermò -. Mi dispiace per quello che ho detto. Ma... - Ma, cosa? - La gente non è mai
gradevole. E di certo non lo era con lui.
Tabitha rimase senza parola. Parlava sul serio? - La cena era buona? - Era deliziosa. Grazie. - Non
c’è di che. Probabilmente sai che è ormai buio. Posso portarti a casa tua quando sarai
- Devo solo fermarmi a comprare un pò di olio per lampade. - Olio per lampade? Non hai
l’elettricità? - Sì, ma ho bisogno di comprarne adesso prima di andare a casa. - D’accordo. L’auto è
a quattro strade da qui, nella strada di mia sorella Tia. Possiamo
prendere l’olio nel suo negozio. - Ha l’olio per le lampade?
- Sì. È una sacerdotessa vudù. Probabilmente hai visto l’altare di sopra, in camera mia, che ha fatto
per me. È un pochino eccentrica, ma le vogliamo bene comunque.
Valerius chinò rispettosamente la testa davanti a lei poi andò di sopra a prendere il suo cappotto.
Tabitha stava per raccogliere i piatti quando Marla la spaventò. - Mi occuperò io di questo. - Grazie,
dolcezza. Marla arricciò il naso.
- Quando vuoi. Voi andate e fate qualcosa di selvaggio per me. Voglio tutti i dettagli.
Tabitha rise mentre cercava di immaginare quello che significava qualcosa di “selvaggio” con
Valerius. Probabilmente sarebbe stato già un miracolo riuscire a fargli mettere delle ciabatte o bere
da un bicchiere di carta.
Valerius si unì a lei. Tabitha lo accompagnò rapidamente alla porta del negozio prima che Marla
vedesse il suo cappotto e se lo prendesse.
Lui si fermò così bruscamente dentro il negozio che lei gli sbattè contro. Valerius era rimasto a
bocca aperta mentre il suo sguardo vagava per il negozio, con un’espressione di completo orrore sul
viso.
- Dove siamo?
- Nel mio negozio – rispose Tabitha -. Il vaso di Pandora, è in Bourbon Street. Vendo tutto
l’occorrente per spogliarelliste e travestiti.
- Questo è... è un..36
- Negozio per adulti, sì, lo so. L’ho ereditato da mia zia quando si è ritirata. Ora chiudi la bocca e
smettila di deglutire. Guadagno molti soldi e conosco tanti amici in questo posto.
Valerius non riusciva a credere a quello che stava vedendo. Tabitha era la padrona di una tana di
iniquità? E perché questo lo sorprendeva?
- Questo è esattamente ciò che ha causato il deterioramento del mondo occidentale – disse, mentre
lei lo guidava attraverso un cubo di vetro con reggiseni decorativi e tanga.
- Oh, sì, certo – disse Tabitha -. Come se non fossi capace di dare il tuo braccio destro per avere una
donna vestita con quello che vendo, che si spoglia per te. Buona notte, Franny – gridò alla donna
dietro la cassa -. Assicurati di dare d Marla l’incasso e di chiudere bene le porte questa sera,
d’accordo?
- Certo, capo. Passa una buona serata.
Tabitha uscì in strada. La città stava già mettendo le barriere per le strade che avrebbero trasformato
Bourbon Street in centro pedonale dove la gente poteva passeggiare e fare compere. Girò a sinistra
per Bienville Street verso la casa di sua sorella; nel frattempo, scrutava la strada alla ricerca di
qualunque movimento sospetto.
Valerius era molto silenzioso. Mentre si avvicinavano all’inizio della strada seguente, sentì Valerius
bestemmiare. Due secondo più tardi, un lampo lo colpì.



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