mercoledì 17 luglio 2013

Anteprima/ traduzione : Beauty Awakened di Gena Showalter

Questa traduzione ci è stata data dal gioco di ruolo Lords of the Underworld RPGita dove potete trovare altre notizie succulente .
Se prendete questo materiale nominate la fonte :)







Un Koldo di sette anni stava silenzioso come gli era possibile nella sua stanza da letto.
Sua madre si pettinava i capelli, i bei riccioli scuri sembravano tessuti con fili di oro
purissimo. Si sedette al suo tavolo da toletta, canticchiando delicata ma con emozione, il
suo sorriso e l’immagine del volto lentigginoso era riflesso nello specchio ovale.
Non riusciva a smettere di guardarla, era affascinato.
Cornelia era una delle più belle creature mai create.
Lo dicevano tutti. I suoi occhi erano di un viola pallido, ai bordi della stessa sfumatura
castano-dorata dei capelli. Le sue labbra erano a forma di cuore e la sua pelle pallida
brillava come un diamante al sole.
Con i capelli neri, gli occhi scuri e la pelle abbronzata, Koldo non assomigliava per nulla a
lei. L’unica cosa che avevano in comune erano le ali, e forse per questo era tanto
orgoglioso delle sue piume bianche e brillanti, morbide, soffici con dei tocchi d’ambra alle
estremità. Erano l’unica cosa bella di lui.
Quel ronzio si fermò presto.
Koldo deglutì.
-Mi stai guardando- sbottò lei, ed ogni accenno di sorriso scomparve.
Guardò il pavimento, per come lo scrutava.
-Scusa, mamma.
-Ti ho detto di non chiamarmi cosi- Poggiò bruscamente la spazzola sul ripiano di marmo.
–Sei cosi stupido da non ricordarlo?
-No- Rispose a voce bassa. Tutti elogiavano la sua dolcezza e amabilità tanto come la sua
bellezza, e avevano ragione nel farlo. Era generosa lodava e amava tutti coloro che
andavano da lei… tutti, meno che con Koldo. Si sentiva sempre quello totalmente diverso
da lei. Non importava ciò che faceva o diceva, lei protestava. E tuttavia, l’amava ancora
con tutto il cuore. Voleva solo compiacerla, sempre.
-Piccola creatura orribile- borbottò mentre si alzava, il profumo di gelsomino e agrifoglio
aleggiava intorno a lei. La veste color porpora fluttuò attorno alle sue caviglie, le pietre
preziose cucite sull’orlo brillavano alla luce. –Uguale a tuo padre
Koldo non aveva mai conosciuto suo padre, aveva sempre e solo sentito parlare di
quell’uomo.
Malvagio.
Disgustoso.
Ripugnante.
-Ho degli amici in casa- disse gettando i capelli dietro la spalla –Devi stare qui, ha capito?
-Si- oh si. Capiva. Se qualcuno lo avesse visto, si sarebbe vergognato della sua bruttezza.
Era arrabbiata e lui avrebbe sofferto.
Lo fissò per un lungo istante. Infine ringhiò:
-Avrei dovuto annegarti nella vasca da bagno quando eri ancora troppo piccolo per
difenderti- Uscì dalla stanza, chiudendosi la porta dietro con un tonfo.
Il rinnego lo colpì profondamente fino alle ossa, e non era sicuro del perché.
Lei gli aveva detto cose ben peggiori innumerevoli volte.
“Amami, mamma. Per favore.”
Forse…forse non poteva. Eppure. La speranza si diradò nel suo petto, e alzò il mento.
Forse non aveva fatto quanto sufficiente per dimostrare il suo valore. Forse se avesse
fatto qualcosa per lei, si sarebbe resa conto che non era come suo padre. Forse se puliva
la sua camera… e coglieva un bouquet di fiori freschi nell’attesa… e cantava una
canzone mentre dormiva… Si! Lei lo avrebbe abbracciato e baciato come ringraziamento,
come spesso abbracciava e baciava i figli dei loro servi.
Eccitato, Koldo saltò dalle coperte piegate che gli facevano da giaciglio sul pavimento.
Si lanciò per la stanza, raccogliendo le vesti e i sandali sparpagliati, sprimacciò i cuscini
sparsi al centro del tappeto, dove Cornelia era solita rilassarsi e leggere.
Ignorò la parete delle armi, la frusta, i pugnali e le spade e sistemò i prodotti sul comò: la
spazzola, le boccette di profumo, le creme per la pelle di sua madre e del liquido
dall’odore pungente che amava bere.
Lucidò ogni collana, bracciale e anello dei suoi gioielli.
Quando terminò, la camera e tutto in essa brillava come fosse nuovo. Sorrise
ampiamente, soddisfatto per i suoi sforzi. Lei avrebbe apprezzato tutto quello che aveva
fatto…appena saputo.
Ora toccava ai fiori.
Cornelia voleva che restasse li e aveva promesso di obbedire, e lo avrebbe fatto. Però
non aveva promesso. Aveva solo detto di capire i suoi desideri. Inoltre, questo era per lei,
tutto era per lei, e per nessun’altro . Era sicuro.
Accorse al balcone e aprì i doppi battenti della porta. L’aria fresca della notte lo travolse. Il
palazzo era situato in un regno lontano dei cieli inferiori, insieme a migliaia di stelle
scintillanti in una distesa infinita di velluto nero. La luna splendeva alta, una mera striscia
con entrambe le estremità ricurve verso l’alto.
La luna sorrideva.
Incoraggiato, Koldo si avvicinò al bordo del balcone. Non aveva una ringhiera, e lasciò che
le dita dei piedi si arricciassero sul bordo. Dispiegò le ali in tutta la loro lunghezza, il gesto
gli portò un fiume di gioia. Gli piaceva volare per il cielo, levarsi e lasciarsi cadere in
picchiata, volteggiare attraverso le nuvole e inseguire gli uccelli.
Sua madre non sapeva niente di questo.
“Non devi usare le tue ali” gli aveva detto il giorno in cui cominciavano a formarsi sulla
schiena.
Aveva programmato di ignorare quell’ordine, davvero, ma poi un giorno lei gli urlò quanto
lo odiava e lui andò sul tetto in modo che lei non avrebbe potuto vedere la sua brutta
faccia. Sua sfortuna si distrasse e cadde, giù, giùùùù.
Appena prima di atterrare, estese le appendici mai usate e le gestì per attutire l’impatto. Si
trascinò con un braccio e una gamba rotta, le costole spezzate, un polmone perforato e
una caviglia contusa. Con il tempo, guarì…. La volta successiva saltò di proposito. Era
diventato dipendente dalla sensazione della brezza sulla pelle, fra i capelli e lo desiderava
sempre di più.
Adesso, nel presente, si tuffò di testa. L’aria lo schiaffeggiò e dovette trattenere un grido di
soddisfazione. Libertà…il leggero nervosismo per il pericolo… l’inondazione di calore e
forza… non poteva mai averne abbastanza. Poco prima dell’impatto si raddrizzò e
aggiustò,poi intrappolò le ali. Atterrò dolcemente, con i piedi già in movimento.
Un passo, due, tre, eeee stava ad un chilometro e mezzo nel bosco. Non perché fosse
veloce –lo era- ma perché poteva fare qualcosa per la madre e aveva visto che altri angeli
non potevano. Poteva spostarsi da un luogo ad un altro con il solo pensiero.
Aveva scoperto questa capacità da un paio di mesi. In principio, era in grado di muoversi
di un solo metro, poi due, ogni giorno era sempre un andare un po’ più avanti. Tutto quello
che doveva fare era tenere a bada le emozioni e concentrarsi.
Infine arrivò alla distesa di fiori di campo che aveva scovato l’ultima volta che aveva
infranto le regole e aveva lasciato il palazzo. Colse il più bello dalla terra, i petali di una
perfetta tonalità di lavanda, gli ricordavano gli occhi di sua madre.
Lo avvicinò al naso e lo annusò. Il delizioso profumo di cocco lo raggiunse e si aprì in un
sorriso.
Se Cornelia gli avesse chiesto dove aveva preso il bouquet, poteva dirle la verità. Si
rifiutava di mentirle, poteva evitarsi una punizione. Non solo perché un altro angelo poteva
sapere se mentiva, a differenza sua, ma anche perché le bugie erano il linguaggio dei
demoni, e i demoni erano simili a suo padre.
Sua madre avrebbe apprezzato l’onestà di Koldo. Sicuramente.
Con le mani umide piene di verdi steli, corse fuori dal bosco e saltò per aria, levandosi
sempre più in alto, le piume ondeggiarono al vento, i muscoli della schiena si tesero
dandogli una forma affascinante. Su e giù le ali si muovevano e il cuore tuonava nel petto
quando atterrò sul balcone e apparve sulla soglia. Non c’era traccia di sua madre.
Con un sospiro di sollievo, entrò nella camera. Svuotò dai fiori secchi il vaso preferito di
Cornelia e li sostituì con i nuovi e gli steli si bagnarono. Tornò a posto in un angolo, piegò
le gambe e attese.
Passarono delle ore.
Passarono molte ore.
Quando i cardini scricchiolarono segnalandogli l’apertura della porta, aveva le palpebre
pesanti e gli occhi cosi secchi e ruvidi che parevano carta vetrata, ma era riuscito a
rimanere sveglio e in quel momento si riscosse per l’illusione dell’aspettativa.
Un dolce suono di passi. Una pausa.
-Che hai fatto?- sua madre era a bocca aperta. Si voltò, guardando ogni centimetro della
camera da letto.
-Ho sistemato per te- “Amami. Per favore.”
Un profondo respiro precedette un forte passo, si parò di fronte a lui e lo colpì con un odio
bruciante.
-Come ti permetti! Mi piacevano le mie cose com’erano.
La delusione quasi lo schiacciò, tanto pesantemente che la sentiva nel petto. Aveva fallito
ancora una volta.
-Scusami.
-Dove hai preso l’ambrosia?- mentre parlava, il suo sguardo saettò verso le doppie porte
che conducevano al balcone. –Hai volato, vero?
Ebbe un attimo di esitazione prima di esordire con un:
-Si.
In un primo momento, lei non mostrò alcuna reazione. Poi raddrizzò le spalle con
determinazione.
-Credi di potermi disobbedire e non subire nessuna conseguenza? O cosa?
-No. Ho solo…
-Bugiardo!- Gridò. Gli schiaffeggiò la guancia, la forza dell’impatto rimbombò contro le
pareti –Sei uguale a tuo padre, fai ciò che vuoi, quando vuoi, a prescindere da come si
sentono gli altri, e non tollererò più questo comportamento.
-Mi dispiace- Replicò, tremando.
-Immagino, tu lo faccia- Lo afferrò dal braccio e lo tirò in piedi di scatto. Non si dibatté,
permettendole di gettarlo sul letto, a faccia in giù per legargli i polsi e le caviglie alle
colonnine.
Più frustate, pensò, non si permise a chiedere pietà e non lo mostrò. Il dolore, sarebbe
guarito. Lo sapeva per certo. Aveva superato altre mille punizioni come questa,
recuperando sempre. Fisicamente, almeno.
Dentro, il cuore avrebbe sanguinato per anni.
Sua madre scelse una spada dalla parete, ignorando la frusta che normalmente usava.
Stava per…ucciderlo?
Finalmente Koldo tirò e si contorse, ma non aveva abbastanza forza per liberarsi.
-Mi dispiace. Mi dispiace veramente. Non pulirò mai più la vostra stanza. Non
l’abbandonerò di nuovo.
-Credi sia questo il problema? Oh no piccolo stolto. La verità è che non posso lasciar
perdere. Ti stai corrompendo per il sangue di tuo padre.- Il fuoco nei suoi occhi si era
espanso sul resto del suo viso, dando vita ad un’espressione selvaggia e pazza.
-Farò un favore al mondo, limitando la tua capacità di spostarti.
No. NO!
-No, mamma. Ti prego non farlo- Non poteva perdere le ali. Proprio non poteva. Piuttosto
preferiva morire. –Per favore
-Ti ho detto di non chiamarmi con quell’orribile nome!- Strillò.
Il panico causò la formazione di piccoli cristalli di ghiaccio nel suo sangue.
-Non lo farò di nuovo, te lo prometto. Solo….per favore non farlo. Per favore!
-Devo farlo.
-Puoi prendere le mie gambe. Toglimi le gambe!
-Per dipendere da me per il resto della tua vita? No.- Un lento sorriso le curvò gli angoli
delle labbra. –Dovevo farlo molto tempo fa.
Un secondo dopo, colpì.
Koldo urlò e urlò e urlò… fino a quando la voce gli si incrinò e la forza gli andò via.
Fino a quando vide le sue belle ali per terra, le piume erano intrise di sangue adesso.
Fino a quando poté chiudere gli occhi e pregare di morire.
-Finalmente. Silenzio. È fatto- Disse lei quasi amabilmente. –Hai perso quello che non
meritavi.
Quello era un sogno, non c’erano dubbi. Sua madre non era cosi crudele. Nessuno poteva
essere cosi crudele.
Labbra morbide, premettero sulle calde guance bagnate di lacrime, gelsomino e agrifoglio
coprirono l’odore di cocco.
-Ti odierò sempre, Koldo- Sussurrò vicino al suo orecchio. –Non puoi fare niente per
cambiare la situazione.
No, non era un sogno. Era la realtà.
La sua nuova realtà.
Sua madre era molto peggio che crudele.
-Io non voglio cambiare- Disse, il mento gli tremava. “Non più”.
Ella esordì con una risata squillante.
-Ho sentito rabbia? Bene, bene. Sei più simile a tuo padre più di quanto pensassi. Forse è
ora che lo incontri.- Dopo una breve pausa aggiunse. –Si, per mattina, ti porterò dalla

gente di tuo padre. Ti renderai conto di quanto buona sia stata con te…. Se sopravvivi.
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